Esco da tre giorni di una formazione aziendale un po’ particolare. Le lezioni, infatti, erano incentrate sulle energie che intercorrono nei rapporti con gli altri e i cui risultati dipendono in definitiva da noi, su quanto chiari sono non solo i nostri obiettivi ma anche le nostre paure, su cosa facciamo davvero per raggiungere i primi e sconfiggere le seconde, su quanto siamo consapevoli dei limiti consci e inconsci che ci poniamo da soli, su quanto aspettative e pregiudizi influiscano sulle nostre percezioni degli altri.
Insomma, su cosa passa tra noi e gli altri, tra te e me. E quanto sia essenziale, in ogni situazione, essere presenti a se stessi, sia fuori che dentro (un fondamento dell’armonia, appunto). Farsi percepire, anche fisicamente, dipende da noi, anche se non ci rendiamo conto.
Mi sembra bello il modo in cui ci si saluta in alcune zone dell’Africa centrale. Chi saluta dice: “sono qui”, chi risponde: “ti vedo”.
Ho cercato di descrivere i contenuti del corso usando il linguaggio del formatore. A volte la discussione assumeva toni vagamente new age, provocando il ritrarsi di alcuni di noi (me incluso, non mi si può chiedere di credere proprio a tutto).
Epperò i temi trattati mi sono molto cari, e alcuni degli esercizi svolti hanno realmente permesso a me e agli altri di passare dalla tensione al rilassamento, di ignorare l’ambiente esterno e concentrarci su di noi, soprattutto di apprezzare un semplice contatto umano come una mano sulla spalla. Da questo punto di vista, un grande insegnamento.
Summa di questo approccio, difetti inclusi, è contenuta nel film “La leggenda di Bagger Valance”, per chi volesse.
In questo modo si arriva al concetto che più mi preme: qual è la vera natura del successo?
Sono davvero convinto che vincere significa riuscire nelle cose che veramente contano per ognuno di noi, e dunque qualcosa che prescinde dal nostro ruolo sociale, dalla nostra cultura, e così via (poi se il desiderio si applica nel lavoro, nell’elevarsi socialmente, etc. è dovuto alla singola persona). La difficoltà risiede proprio nel riuscire a stabilire con se stessi cosa si desidera davvero: quanti possono dire se gli obiettivi che si sono posti siano davvero i loro o piuttosto prodotti provenienti dall’ambiente in cui vivono? Secondo la disciplina alla base del corso la paura ci spinge a procrastinare l’azione indispensabile per soddisfare i propri desideri (il famoso detto: chi lascia la via vecchia per la nuova…), ma in definitiva questa immobilità, il timore di ciò che può accadere d’imprevisto, è più stressante delle conseguenze stesse.
Non sfuggiva al “coach” di questo corso che un percorso di questo tipo è una impresa vera e propria che richiede enormi energie, applicazione, disciplina, determinazione.
Parole a parte, davvero, non sempre è possibile, non sempre si hanno le forze morali e fisiche per essere così presenti.
Quando sono molto stanco mi piace a volte sedermi sul divano, chiudere gli occhi, spegnere il cervello e sentirmi semplicemente fluttuare, senza pensare a nulla, senza ascoltare niente, solo stare lì.
Tutto questo non è molto razionale, e onestamente non so se possa essere utile o anche solo avere un senso. Se c’è del buono, però, spero di riuscire a coglierlo!
PS: non è sfuggito a nessuno quanto sia curioso che un corso del genere venga promosso da un’azienda che, come tutte, ha le sue logiche e non si preoccupa più di tanto del benessere e delle gratificazioni dei suoi dipendenti. A chi dire grazie, se non altro per il tentativo?
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